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Ennio Morricone: Piano Music

Ennio Morricone
Original Piano Music


Questo CD comprende tutti i brani originali per pianoforte (al momento reperibili) composti da Ennio Morricone, e nove trascrizioni, realizzate dallo stesso compositore, di sue musiche da film. Nel decidere l’ordine di ascolto dei brani, ho preferito alternare le musiche per il cinema con le altre: così, ascoltando il CD, si potranno scoprire inattese comunanze tra brani in apparenza molto lontani, a rimarcare come tutta la musica di Morricone derivi dalla stessa matrice. Il pianoforte è sempre stato uno strumento particolarmente caro al compositore, come è confermato dalla frequente presenza di brani pianistici nelle sue colonne sonore. Al pianoforte spesso Morricone suonava la sua musica e la faceva ascoltare ai registi e produttori con cui collaborava.

Il brano che meglio simboleggia questo rapporto è, ovviamente, “Playing Love” da La leggenda del pianista sull’oceano di Giuseppe Tornatore (1998), che apre il  CD. Qui la scrittura sfrutta al meglio le possibilità di risonanza dello strumento per raccontare il momento dell’innamoramento del protagonista, alla vista della giovane ragazza bionda attraverso l’oblò della nave. Con un inciso di sole quattro note (tre per grado congiunto e una quarta a distanza diversa), che vengono ripetute a diverse altezze, Ennio Morricone riesce a rendere con disarmante semplicità il mistero della folgorazione amorosa, in un clima dove sogno, incanto e passione si amalgamano nelle risonanze della tonalità di re maggiore.    

Il pianoforte ha occupato la spazio creativo del compositore sin dagli anni di studio, come è confermato dall’esistenza di brani pianistici giovanili (Rimembranze, del 1946, e Preludio a una novella senza titolo e Barcarola funebre, entrambi del 1952, tutti attualmente irreperibili). A questo proposito, è importante ricordare la figura di Goffredo Petrassi, che è stato il maestro di composizione con cui Morricone si è diplomato presso il conservatorio di Santa Cecilia, e a cui ha sempre guardato come un importante modello. Non è un caso, dunque, che in Invenzione, Canone e Ricercare, trittico composto nel 1956, siano ancora evidenti le influenze del linguaggio di Petrassi, specialmente nell’agile e spigoloso contrappunto politonale dell’Invenzione, in un clima non lontano da quello delle Invenzioni composte da Petrassi nel 1942-44).

Ascoltando il celebre tema di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970), qui posizionato tra Invenzione e Canone, si potrà notare una differenza nel suono del pianoforte. Morricone ha dichiarato che per l’incisione delle musiche di Indagine cercava sonorità volutamente “sporche”, anche con l’uso di strumenti insoliti e “poveri” (come lo scacciapensieri), e non perfettamente accordati. Nel caso di questa versione pianistica, ho pensato quindi di usare un pianoforte diverso rispetto al Fazioli gran coda su cui ho inciso le altre tracce: si tratta del Fazioli n. 1, il primo strumento costruito da Paolo Fazioli, un mezza coda del 1980 che conserva una sonorità più “selvaggia”, e che per l’occasione è stato leggermente scordato, per ottenere quel suono “sporco” di cui Morricone parlava. Il Canone che segue mantiene l’incisività ritmica del precedente brano, e presenta l’uso della tecnica dodecafonica, in cui la serie di dodici note è riproposta dalla seconda voce in canone inverso, e poi, nella parte centrale, sovrapposta ad una terza voce che la ripropone con valori ritmici diversi. La tecnica contrappuntistica è usata con altrettanta perizia ed efficacia ne Le due stagioni della vita (raro film diretto nel 1972 dal regista belga Samy Pavel), e nel Ricercare, un chiaro omaggio ai Ricercari seicenteschi di Frescobaldi. Qui Morricone unisce al rigore della scrittura polifonica (simile a quella della Toccata di Petrassi) un lirismo e una costante tensione, che portano ad una solenne conclusione in fortissimo, in cui il pianoforte ottiene sonorità simili a quelle di un grande organo a canne.  

Il tema principale di Nuovo Cinema Paradiso (1988), di cui qui ascoltiamo la parte pianistica originale tratta dalla partitura orchestrale, è stato scritto da Ennio Morricone assieme  al figlio Andrea. La raffinata scrittura polifonica a quattro parti dona intensità e lirismo alla melodia, basata sull’alternanza di salti di settima con note per gradi congiunti. Ne risulta una musica intrisa di tenerezza e nostalgia, che ha senza dubbio svolto un ruolo determinante per il successo internazionale del capolavoro di Giuseppe Tornatore.           

I Quattro Studi per il piano-forte non sono brani focalizzati su uno specifico elemento della tecnica pianistica, ma “studi” quasi nell’accezione scacchistica del termine: composizioni, dunque, che devono funzionare “solo” nel modo ideato dal suo autore. Le indicazioni di dinamica e articolazioni sono, infatti, molto precise e a tratti “estreme”. Morricone, del resto, li intitola “per il piano-forte”, dove il trattino serve a evidenziare che si tratta di studi anche sul controllo delle diverse dinamiche, spesso accostate in opposizione. Il Primo Studio (1983-84, dedicato al figlio Andrea) inizia con sonorità al limite dell’udibile, come a voler indagare il “confine” tra suono e silenzio. Subito dopo, usa il fortissimo (fffff) per le note lunghe, che vanno a costituire una lenta linea melodica, che Morricone stesso definiva “cantus firmus”, mentre all’interno della risonanza di queste note si inserisce una seconda voce in pianissimo (ppppp).  Il Secondo Studio (1986, dedicato, secondo il manoscritto, al pianista Arnaldo Graziosi) prescrive di suonare ogni accordo prima fortissimo e subito dopo pianissimo, giocando con le risonanze smorzate e controllate dal pedale. Nel Terzo Studio (1988, dedicato nel manoscritto al pianista Antonio Ballista), invece, il contrasto tra piano e forte avviene in senso sincronico, ossia tra le due mani: la mano sinistra è generalmente piano, mentre la mano destra si innesta con incursioni dinamicamente più varie. Nel Quarto Studio Morricone applica il contrasto dinamico alla intera struttura del brano, che è in forma A-B-A. Prescrive, infatti, di eseguire la parte A tutta forte e la parte B tutta piano, oppure viceversa, come io ho scelto di fare in questa incisione: la parte A piano e la parte B forte. La scrittura ossessivamente ritmata allude ad alcuni procedimenti jazzistici, e non a caso lo Studio è dedicato al pianista jazz Enrico Pieranunzi, a lungo collaboratore di Ennio Morricone.
 
I Quattro Studi sono stati scritti in periodi diversi, tra il 1983 e il 1989, e, pur pubblicati insieme, non vanno necessariamente eseguiti in fila. Ho quindi preferito alternarli a brani di musica per il cinema: in Cane bianco (dal raro film americano White Dog di Samuel Fuller, 1981) ritroviamo una analoga atmosfera di tensione data dalla reiterazione di risonanze e dalla ripetizione della stessa serie di tre note vicine. Tra il Secondo e il Terzo Studio possiamo ascoltare Il potere degli angeli, musica scritta per il film per la TV diretto nel 1998 da Giorgio Albertazzi, originariamente intitolato Gli angeli del potere, e tratto dal romanzo Maria in lotta con gli angeli dello scrittore ceco Pavel Kohout. Come scrive lo stesso Albertazzi, il film comincia con una donna che gli “angeli” spingono al suicidio con una specie di persuasione psicoanalitica. Chi sono questi angeli e chi è questa donna? La donna è una celebre attrice, una star del teatro di Praga, sposata con un operatore di cinema. Gli angeli sono l’incarnazione, fantastica, del potere. Nella sua versione pianistica, Ennio Morricone indica un tempo più lento rispetto alla colonna sonora. La scrittura qui più rarefatta, che inizia e termina in pianissimo, ammorbidisce l’atmosfera ossessiva della versione originale, ma aumenta la tensione con il senso di vuoto creato dal maggiore “spazio” tra le note, che riprende la contemplazione delle risonanze ascoltate nel Secondo Studio. Tra il Terzo e Quarto Studio possiamo ascoltare il celebre motivo “Uno che grida amore” da Metti una sera a cena (regia di Giuseppe Patroni Griffi, 1969), originariamente affidato alla voce iconica di Edda dell’Orso. L’intervallo di settima, con cui inizia il tema principale, è lo stesso che ritroviamo nel Quarto Studio: questo è basato su brevi incisi ritmici, che vengono reiterati in un incessante tour de force, sempre diverso, eppure altrettanto ossessivo, specie nella parte centrale, che esplora anche le regioni gravi e acute della tastiera.   

Dopo tanta densità sonora e contrappuntistica, segue una delle più ispirate trascrizioni pianistiche di Morricone: “Le stagioni, gli anni”, da Il deserto dei tartari (1976), in cui la musica ruota sempre intorno ad un “si” ribattuto, con un motivo di quattro note, simile a quello che Morricone avrebbe usato ventidue anni dopo in Pianista sull’oceano. Anche qui Morricone raggiunge una intensità commovente, dove struggimento, nostalgia e speranza si amalgamano magistralmente.   

Il Rag in frantumi (1988, dedicato al pianista jazz Marco Fumo) è uno dei brani più ironici e grotteschi composti da Morricone, e già nel titolo rimanda esplicitamente a Piano Rag Music di Igor Stravinsky. In una presentazione prima di un concerto, Morricone raccontò una storia ispirata a questo brano: un pianista di rag che suona la notte fino alle 4 del mattino, forse anche più tardi, per tanti anni, ad un certo punto, disperato, si accorge che la sua vita è inutile. Una mattina strappa tutti i pezzi delle composizioni che esegue. Si accorge, dopo aver strappato questi pezzi, che la sera stessa deve andare a suonare e non sa come fare. Riprende i pezzi, li appiccica velocemente come capitano, e va a suonare. E suona “Rag in frantumi”. Nel manoscritto, in effetti, Morricone inserisce il sottotitolo “ricreazione disperata”, che ben prende questa idea. Il silenzio e le pause giocano qui un ruolo quasi più importante dei suoni stessi, fungendo di volta in volta da cuscinetto o da transizione tra gli innumerevoli e disparati frammenti usati, che Morricone definiva “gli avanzi, i pessimi avanzi del rag, cioè le cose ormai ovvie del rag, la spazzatura del rag”.      

Il più articolato brano pianistico di Morricone è il Quinto Studio (Catalogo), composto nel 2000 per la pianista Gilda Buttà. Qui Morricone sembra guardarsi indietro e ripensare a tutte le sue precedenti composizioni pianistiche, dal 1956 al 1989: il brano, infatti, è costituito da frammenti derivati da Invenzione, Canone, Ricercare, dai 4 Studi e da Rag in Frantumi, oltre che da altri brani cameristici che comprendono il pianoforte e i suoi due brani per clavicembalo (Neumi e Mordenti). Il risultato è un itinerario estremamente vario eppure coerente, in cui si attraversano mondi sonori diversi e epoche stilistiche di estrema varietà, in un’operazione che ricorda Rossini, quando in Marche et réminiscences pour mon dernier voyage (da Péchés de vieillesse), cita numerosi temi delle sue opere liriche. Morricone termina questo percorso tra le proprie “memorie compositive”  citando, a sorpresa, il Ricercare cromatico “post il Credo” di Frescobaldi (1635), brano a lui particolarmente caro, al quale sovrappone le quattro note del nome BACH (si bemolle, la, do, sì), omaggiando simbolicamente quelli che evidentemente considerava come due fondamentali riferimenti per la sua creatività musicale. Il Quinto Studio termina, dopo tanto peregrinare tra armonie e sonorità più disparate, su un rassicurante accordo di mi maggiore. Nella stessa tonalità è scritta la trascrizione pianistica di “Lontano” da Gott mit Uns, film diretto da Giuliano Montaldo nel 1970. Anche qui ritroviamo una semplice ma raffinata scrittura di tipo corale, e apprezziamo ancora una volta come Morricone riesca a coniugare l’immediatezza melodica con una grande varietà di inflessioni emotive.  

Questo percorso di ascolto si conclude con il più recente brano pianistico di Morricone: lo Studio 4 bis per il piano-pedaliera, che egli scrisse nel 2011, generosamente rispondendo alla mia proposta di comporre un brano per pedal-piano (sorta di doppio pianoforte, con una seconda cordiera controllata da una pedaliera). Nello Studio 4 bis (2011), derivato dal Quarto Studio, Morricone aggiunge alle due voci suonate dalle due mani una terza linea, affidata appunto alla pedaliera. Ho scelto qui, differentemente da quanto ho fatto nella versione pianistica del Quarto Studio, di suonare forte la parte A del brano, e piano la parte B. Il risultato è di una forsennata “centrifuga ritmica”, in cui la presenza della pedaliera (qui ho usato il Fazioli n. 1 come pianoforte per la pedaliera, in abbinamento al gran coda per le due mani) aggiunge una “terza dimensione” che dona maggiore profondità alla polifonia, moltiplicando il gioco contrappuntistico.  

 
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Questo disco rappresenta una promessa che avevo personalmente fatto al Maestro Morricone. Da quando ho scoperto la sua musica non per il cinema (musica “assoluta”, come lui amava definirla), ho pensato che era doveroso diffonderla, sia in concerto, sia in disco, e che era incredibile come essa non fosse ancora sufficientemente conosciuta ed eseguita. Avevo parlato con lui dell’idea di incidere la sua musica pianistica sin dal 2011, quando scrisse per me lo Studio 4 bis il per piano-pedaliera. Sono quindi davvero felice, ora, di poter finalmente portare a compimento questo progetto, e per questo vorrei ringraziare la famiglia Morricone per il fondamentale aiuto e sostegno nel reperimento delle partiture. Spero che risulti evidente dall’ascolto di questo CD come, in effetti, la voce unica di Ennio Morricone si esprima in maniera inconfondibile in tutte le sue musiche. Ogni volta che le suono, mi rendo conto come il suo profondo lirismo e l’intensità del suo pensiero musicale siano un grande dono per tutti noi.

Roberto Prosseda